Ana

Ricordava di essere rimasta in piedi di là dalla staccionata, con Rupert dall’altra parte. Discussero per qualche minuto, e dal modo in cui lui parlava, dal modo in cui la guardava, aveva capito di non essere la sola a ricordare quel sogno.

Dopo quel giorno però…”. Ana sospirò leggermente. “Niente. Niente per mesi e mesi. Niente parlare, niente toccarsi, niente. Io e Rupert diventammo nuovamente due estranei. Non fu terribile. Non me ne restai in casa a guardare fuori dalla finestra per un anno. Andavo a scuola, prendevo buoni voti, mi facevo il culo per portare a termine il lavoro per la comunità. Non potevo prendere la patente finchè non avessi compiuto diciotto anni, ma la segretaria di Rupert, Annabelle, mi scarrozzava in giro in macchina. Me la passavo bene. Non era una vita da sballo, ma sopravvissi”.

Pascal si rigirò e le si avvicinò. Le prese le ginocchia tra le mani e si mise le gambe di lei intorno alla vita, in modo che fossero faccia a faccia. Lei si rilassò tra le sue braccia e appoggiò il mento sulla sua spalla.

Sono felice che tu sia sopravvissuta”, mormorò. “Altrimenti non saresti qui”.

Oh, sono sopravvissuta, sì. E la cosa divertente è che più avanti nella vita, dopo essere diventata una scrittrice, ho capito cosa aveva fatto Rupert, e perchè”.

Ovvero?”

E’ un trucco di chi scrive narrativa”, spiegò. “Immagini quale sia la paura più grande del tuo protagonista, poi fai in modo che si trovi ad affrontare proprio quella paura”.

E’ quello che ti fece fare?”

Perderlo, perdere il suo amore era la mia paura più grande. E lui ha fatto in modo che affrontassi questa cosa. L’ho affrontata, l’ho superata. E in fin dei conti..”.

Ana si interrupe per baciare il collo di Pascal, per la semplice ragione che doveva essere baciato.

In fin dei conti, quel tempo da sola mi fece diventare quella che Rupert aveva sempre detto che ero”.

Ovvero?”

Ana si tirò indietro e rivolse a Pascal il suo sorriso più malizioso. Alzò un dito a indicare che aspettasse. Pascal sollevò un sopracciglio. Lei scivolò via dalla stretta delle sue braccia, scese dal letto e prese qualcosa dalla valigia.

Il suo frustino rosso da equitazione.

Lo tenne davanti a sé, con la punta rivolta al centro del petto di Pascal.

PERICOLOSA”, annunciò lei.

Pascal sorrise, con le labbra appena aperte e il respiro che si faceva più rapido.

Vedi”, continuò lei, lasciando che la punta del frustino si appoggiasse nell’incavo del collo di lui, “quando affronti la tua paura più grande e la superi, ti resta forse qualcosa di cui aver paura?”

Pascal si leccò le labbra. Il suo petto di alza e si abbassava.

Rispondimi”. Ana fece scorrere il frustino sotto il mento di lui e lo costrinse a sollevare la testa di qualche centimetro.

Niente”, replicò Pascal.

Il mio timore più grande era vivere senza Rupert e ci sono riuscita. Non ne avevo più paura, e non avevo più bisogno di nessuno. Volevo lui, ma non avevo bisogno di lui. Lui però aveva bisogno di me. “

Ci credo”, osservò lui.

Ana lo guardò.

Adesso, Pascal, dimmi di cosa hai paura”.

Ho paura che questa sarà la nostra unica notte insieme, e che vivrò il resto dei miei giorni senza più incontrare una donna come te”.

Non posso prometterti che passeremo un’altra notte insieme, ma posso garantirti questo: Non incontrerai un altra donna come me”.

Non aggiunse però che non incontrare un’altra donna come lei fosse probabilmente una cosa buona.

Lui non sembrava pensarlo, comunque. Un sorriso sexy e allusivo gli attraversò le labbra.

Dimostramelo”
Dimostrarlo?

Be’ se proprio insisteva…

Ana afferrò Pascal dietro il collo, costringendolo a guardarla in faccia.

Mi farai male?”, le chiese, con la voce che conteneva in ugual misura paura e trepidazione.

Non stanotte”, disse lei, ricordando la notte in cui aveva posto a Rupert praticamente la stessa domanda e lui le aveva dato quella stessa risposta. “Stanotte è solo per piacere”.

Baciò Pascal con tutta la passione brutale che solo chi è ferito possiede e vuole disperatamente guarire. Lo baciò come se le labbra di lui contenessero il significato della vita e perciò, se lei l’avesse baciato con sufficiente intensità e dolcezza, e l’avesse fatto abastanza a lungo, questa verità sarebbe passata a lei, sulle labbra, e lei così avrebbe potuto afferarla tra i denti e ingoiarla tutta intera.

Ana fece stendere Pascal di schiena, senza mai interrompere il bacio. Lui si mosse per cingerla con le braccia, ma lei gli prese i polsi e li spinse sul letto, sopra alla sua testa.

Stai lì”, gli ordinò. “Non ti muovere. Voglio farti venire”.

Sono tutto tuo,Ana”.

Adorava il modo in cui pronunciava il suo nome.

Dovrei farmi chiamare “Padrona””.

Vuoi essere la mia Padrona?”

Ti piacerebbe ?”

Se ti appartenessi, se fossi tua proprietà, realizzerei uno dei miei più grandi sogni. Ma dato che non ti appartengo, ti chiamerò Ana”. Le parole di Pascal la mettevano in imbarazzo.

Che sia Ana, allora”, ripetè lei. “Ora fai il bravo e non venire finchè non te lo dico io”.

Lui annuì e fissò gli occhi al soffitto, mentre Ana gli allargava le ginocchia e si sistemava nel mezzo. Si leccò la punta di un dito e lentamente glielo mise dentro. Andò in profondità, ma non troppo. Si fermò quando Pascal ansimò di piacere.

Ti piace?”

Parfait”. Lui teneva ancora gli occhi al soffitto, come se fosse troppo imbarazzato per guardarla mentre lei lo toccava in modo così intimo.

Bene”. Tirò fuori il dito dalla stretta fessura e prese il frustino. Lo fece schioccare una volta prima di afferrarlo al centro. Con attenzione infilò dentro di lui l’asticella del manico per qualche centimetro. “I frustini non sono fatti solo per far male”.

Pascal non disse nulla. Sembrava che avesse perso la favella. Ana glielo prese in mano e accarezzò la sua incredibile erezione. Poi abassò la testa e leccò dalla base alla punta, poi di nuovo per tutta la lunghezza del pene.

Pascal gemette e strinse le lenzuola. On c’era niente che le piacesse di più che far contorcere un bell’uomo.

Sei mai stato con una donna che ti inculava e ti succhiava il cazzo allo stesso tempo?”, gli chiese interrompendosi.

Sì, se conti anche le dita”.

Lo faccio io adesso. Ma non preoccuparti, non ho ancora finto con la mia dimostrazione”.

Lo succhiò ancora, cacciandoselo in bocca fino in fondo. Forte, più forte, così forte da farlo ansimare.

Sei pronto a venire per me?”, gli domandò in francese. Era una delle prime frasi che le aveva insegnato Alain.

Oui”.

Non ancora”, disse lei, in un sussurro. “Non..ancora…”.

Continuò a leccarlo per il proprio piacere, godendo di quella pelle vellutata, quel sapore di terra, la pienezza di Pascal nella bocca. Dolcemente, estrasse il manico del frustino da dentro di lui. Poi si alzò, e glielo prese in mano e gli massaggiò il pene con delle carezze prolungate ed esperte.

Vai lì per me”, gli ordinò.”Vai proprio sull’orlo del tuo orgasmo e restaci. Ci sei?”

Pascal annuì e strinse gli occhi.

Resta lì sul bordo, senti quanto è tagliente quel bordo, Pascal”.

Fa male”, ansimò lui stringendo i denti.

Lo so. Talvolta il piacere può fare più male del dolore. Tra 4 secondi ti farò venire”.

Allungò un braccio e prese il bicchiere vuoto di vino dal comodino.

Un.. duex… trois.. quatre”, disse lei, e gli mise il bicchiere sopra alla punta. Lui venne dentro, ricoprendo i lati con il suo seme e contorcendosi per l’intensità dell’orgasmo.

Dopo che ebbe raccolto ogni goccia del suo sperma, Ana alzò il bicchiere facendolo illuminare dal fuoco del camino.

Pascal aprì gli occhi e si appoggiò sui gomiti, guardandola.

Lei prese la bottiglia aperta di vino e ne versò un dito nel bicchiere. Lo fece girare, lasciando che bagnasse i lati del bicchiere.

I due frutti della tua fatica in uno stesso calice”, esclamò. “Santè”.

Si portò il bicchiere alla labbra.

Ana…”, ansimando, Pascal disse il suo nome.

In tre grossi sorsi, lei bevve tutto il vino.

La mia annata preferita”, osservò.

Pascal si tirò su e la guardò, mentre il suo petto si alzava e si abbassava rapido.

Hai vinto tu”, mormorò.

Lo sapevo”, replicò lei e ripose il bicchiere. “Conosco anche un giochetto simpatico con il whisky, ma non bevo più superalcolici. Edward non me lo permette”.

Senza dire una parola, Pascal la fece sdraiare supina e la baciò con una passione incredibile, da togliere il respiro. La sua lingua s’immerse nella bocca di Ana come se cercasse il suo stesso sapore sulla lingua di lei.

Sei periolosa”, le sussurrò Pascal sfiorandole le labbra. “Puoi fare in modo che un uomo voglia cose che non può avere”.

Pascal fece un respiro tremante, come se cercasse di calmarsi. Si stccò da lei e si distese di nuovo sul suo lato del letto.

Parlarmi, prima che ti leghi al letto e non permetta a nessuno dei due di allontanarci da qui”, l’avvertì Pascal.

Ana rise e si stese di fianco per guardarlo.

Dovrei raccontarti di quando ho conosciuto tuo padre”, annunciò.

Quando l’ho conosciuto davvero”.

Com’era?”

Molto diverso da te”, ridacchiò lei.

Tanto brutto?”

Per niente. Quella casa in cui vagavo mentre c’era un’orgia in corso, quella era casa di tuo padre”.

Sinceramente, posso dire di non avere mai partecipato a un’orgia. Anche se il giorno in cui vendemmiamo e pigiamo l’uva ci si avvicina”.

Ana sorrise. Le sarebbe piaciuto partecipare alla vendemmia con Pascal. Forse ci sarebbe dovuta tornare di nascosto. Se la coscienza glielo permetteva.

Sarai felice di sentire che quando ho conosciuto tuo padre c’erano anche una o due bottiglie di questo vino, forse persino quattro”.

Ha buon gusto in fatto di vino e di donne”, osservò Pascal sorridendo.

Dove eravate?”

Non indovinerai mai, considerando che c’era tuo padre. Ma la prima volta che io e Alain abbiamo parlato, tra tutti i posti possibili, è stato in laboratorio”.

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Thinking about

Stavo pensando, che   fra un paio d’ore sarà  un mese  che le ragazze non ci sono più.

E rileggendo le varie mail in queste settimane, mi sono resa conto piano piano, che loro saranno sempre qui con me. Magari non avrò  più la possibilità di legger mail nuove, o di vederle di persona, o di abbracciare e tutte le altre cose che avrei voluto fare.  Però almeno loro sono insieme, si amavano,  si tenevano per mano.

E ci sono sempre state per me.  Sia nei giorni buoni, che in quelli cupi.

Ed io sono piena di loro mail, piena di belle parole, di bei ricordi, e di buonissimi e saggi consigli, Che mi sono stati dati nel corso degli anni. Per cui, in realtà  loro sono sempre con me e  continueranno a vivere con me.  E io racconterò  di loro ai miei figli, e ai miei nipoti, così che il loro amore e la loro storia non sia finita. Così da mantenerle in “vita” il più  a lungo possibile.

So per certo, che loro vorrebbero vedermi felice.  Che vorrebbero che fossi serena e che finissi  ciò  per cui mi sono tanto tanto impegnata.

Quindi continuerò  per la mia strada a testa alta, cercando sempre di rialzarmi.  Sopravvivenza alla vita quotidiana, ma anche vivendola  a fondo.

Mi mancate tutti i giorni. Ma so che siete insieme e state bene e vi date forza a vicenda. Questo riesco a sentirlo per certo.

Vi penso sempre.

Nora

Vorrei avere le nostre amiche qui, per chiedere consiglio.  Per sentirle vicine. Per non pensare che ormai non ci sono più.  Eppure ieri sera, leggendo e rileggendo le prime mail che ci eravamo scritte, le ho sentite qui con me.

Non so bene se sia  l’essere nella capitale che crea una  sorta di illusione o se sia il mio elaborare il lutto.

Eppure, io sono qui stesa su un letto, perché  ieri sera non sono stata bene, a pensare e ripensare mille cose.

Da sola.

Avrei bisogno di qualcuno accanto. Ma evito di essere egoista e chiedere  aiuto,  perché certe cose devo farle da sola.

Quindi adesso mi rimetto qui a pensare e ripensare, sperando che, il tempo è il lutto passino in fretta. Perché  così non ce la faccio.

 

Stesa sul divano, della casa che abbiamo affittato, mi ritrovo abbracciata dall’ angoscia che mi pervade.

In questa città  piena di storia, arte e cultura.  Che decade.

E resto scossa da quello che accade, mentre il tempo inesorabile scade.

 

Ana

Che annata sono queste lacrime?”, le chiese Pascal, toccandole il volto umido.

2013? Oppure una vendemmia più recente?”.

Ana gli rivolse un timido sorriso.

Sei tu il contadino. Che ne pensi?”.

Pascal si portò alla bocca la punta del dito bagnato e lo leccò. “Qualsiasi vendemmia sia, sento che è stata un annata difficile”.

E’ stata un’annata difficile”, concordò lei. “Come questa settimana. Ho avuto una serie di ripensamenti, mi sono chiesta se avrei potuto evitarlo. Ho implorato l’universo di disfare l’accaduto. Anche adesso sento la stessa tremenda disperazione, quella che ti fa dire all universo che daresti qualsiasi cosa, cederesti qualsiasi cosa per provare qualcosa di diverso, da questo dolore senza fine”.

Chiuse gli occhi e inspirò forte. Lo sapeva l’universo se avrebbe fatto di tutto per evitare di spargere quelle ceneri, l’indomani.

Però”, proseguì, tornando al presente,, “anche quella notte, sola nel mio letto, sapevo di esserne io stessa la causa. E forse quella consapevolezza era l’unico segnale di speranza per me”.

Per quanto tempo ti ha punita perchè avevi visto tuo padre?”, domandò Pascal.

Molto tempo”. Ana si drizzò a sedere, mentre Pascal si girava sula schiena. Lei aveva ancora la camicia da notte ma Pascal era nudo nel letto, con le lenzuola che gli coprivano i fianchi e il petto nudo e invitante.

Quando sei adolescente, ogni giorno in cui non ottieni quello che desideri ti sembra un’eternità. A quell’età il tuo cuore è sotto un lente di ingrandimento, tutto è sproporzionato”.

Quanto tempo è passato prima che voi due rincominciaste a parlare, dopo quella notte?”

Ana ripensò a quel periodo orribile.

Lo ricordava come un inverno particolarmente scuro, freddo e nevoso. La fanghiglia faceva diventare le strade grigie e scivolose. Ma in quel suo scrigno di cupi ricordi splendeva una stella.

Natale”, rispose.

 

Sicchè sono una patita Disney e ho mille pensieri per la testa, questa  li rifletti più o meno. almeno quelli di questo momento.

 

Vediamo un po’ visto che sono tornata, cerco di mettere in lista i pensieri.

  • chi ti fa del male è inferiore a te, e con male non intendo quello piacevole
  • dalla tristezza si passa alla rabbia
  • non tutto il rumuginare aiuta
  • piangere è liberatorio fino ad un certo punto
  • non aspettare che ti abbracci qualcuno, abbraccia tu per primo.
  • ama te stesso, perchè sei l’unica persona che avrai sempre a fianco fino alla fine
  • Trova amici che si possano contare sulle dita
  • ascolta i red hot chili peppers
  • fai cose significative, che agli occhi degli altri possono sembrare superficiali, ma che in realtà ti fanno stare bene
  • le ciocche di capelli per la treccia alla francese si tengono con una certa impostazione delle dita
  • tieni i ricordi belli, e da quelli brutti impara, che non tutte le persone evolvono in meglio, altre tornano indietro
  • sfogati coi tuoi amici più vicini prima di fare qualsiasi cosa
  • la vendetta va servita fredda (ma questo lo sappiamo tutti)
  • NON RINUNCIARE AL TUO ESSERE E ALLE TUE SFUMATURE

Questa è la lista per ora, aumenterà probabilmente. E sopratutto, urla DRACARYS

Vi domandate mai perchè quando veniamo messi da parte da una persona faccia così male? Angelica sicuramente se l’è domandato. Anche io. e probabilmente altre centinaia di persone. Se non migliaia.

Al momento ho la testa, la mente piena di pensieri assurdi, e mille domande, che probabilmente non avranno mai una risposta. E non riesco a smettere di pensare, perchè non riesco nemmeno a concentrarmi, fatico anche a scrivere,o a parlare. Non mi va molto a dire la verità di parlare, ma ne ho anche il bisogno. Non so più cosa fare. Perchè io ho già fatto qualsiasi cosa fosse in mio potere per avere una conclusione diversa. Eppure, si vede che la codardia, la paura e l’egoismo, e il non rispetto verso le persone portano a questo. Ho avuto talmente tanti problemi in questi mesi,  e tu non ci sei mai stato, nemmeno quando ti ho cercato. A differenza tua io però, correvo sempre anche alla minima cazzata. IO CI SONO SEMPRE STATA. Ed essere trattata come un giocattole che poi abbandoni in soffitta non mi si addice. Capisco tutte le tue motivazioni, anche se non le apporvo. Ma non capisco il perchè tu non mi abbia tipo bloccata o cose del genere se volevi chiudere i rapporti? Cioè che cosa vuoi da me? Pensi di tornare? O hai intenzione di farmi aspettare per molto? Perchè se mi fai aspettare per molto quel minimo di perdono che avrei potuto darti non lo avrai mai. Non sono più tenuta al rispetto nei tuoi confronti dato che tu non nei hai nei miei. Cosa ti fa credere che magari in un momento di rabbia pura e totale io  non trovi il modo di sputtanarti al mondo? Cosa ti fa pensare di essere salvo?
Dovresti saperlo, che ormai io ne so una in più del diavolo.

Potrei essere malvagia, cattiva ed egoista anche io e potrei farti del male, senza nemmeno toccarti.

Non fosse che io sono migliore di così, migliore di te, il coraggio ce l’ho.  La forza  pure, anche se io non la sento al momento. Ma so di averla.

So che stai male, perchè lo sento. So che ci tieni ancora perchè lo sento. SO che hai paura, perchè lo sento. Ma non so il perchè ti sei spinto a fare questa cosa. e vivrò con questa domanda per tutto il tempo. Ormai le tue risposte posso arrivare come non, ma a lungo andare non saranno più necessarie, perchè io non avrò più voglia di sapere le tue ragioni.

Quindi in caso tu legga, sappi che la mia vita è bella anche senza di te, perchè sono io la parte più importante di essa.

E’ stato bello e terrò solo i ricordi giusti. Ma non credo tu sia più degno.

Nora

Alain

La paura era stata la parte che aveva preferito. La paura che l’aveva seguito come i suoi passi nei boschi in cui era scappato in cerca di rifugio e dove aveva trovato molto più della salvezza. Quei passi… e come aveva cominciato, il suo cuore, a battere sempre più forte mentre si facevano più vicini, più incalzanti. Aveva avuto troppa paura per continuare a fuggire, troppa paura che non l’avrebbero preso. Era scappato perchè voleva essere preso. Era quella l’unica ragione.

Alain si ricordò dell’aria che aveva inspirato di colpo mentre una mano dalla forza brutale gli si era serrata intorno al collo… la corteccia del tronco dell’albero che gli graffiava la schiena… l’odore dei sempre verdi intorno a lui, così potente che anche dopo trent’anni si eccitava non appena sentiva il profumo di un pino. E quando poi si era svegliato a terra, nella foresta, un nuovo profumo ricopriva la sua pelle: quello del sangue, il suo, e dell’inverno.

Dopo tutto quel tempo non era ancora riuscito a separare il sesso dalla paura. Nel suo cuore, le due cose erano collegate in modo inestricabile, eterno e impenitente. Quel giorno Alain aveva scoperto il potere della paura, la sua forza e anche il piacere che gli faceva provare, e adesso, trent’anni dopo, la paura era diventata il suo cavallo di battaglia.

Purtroppo, in quel momento Emma non aveva paura.

Ma lui poteva cambiare le cose.

Alain la guardò con la coda dell’occhio mentre sorseggiava il vino. Era in piedi accanto a Frank e al giovane Klaus, e sorrideva un po’ all’uno, un po’ all’altro mentre i due la deliziavano con la storia d come si fossero incontrati grazie ad Ana. In cambio di una giornata senza sentir nominare la favola Ana Jhonson, Alain avrebbe ammassato metà della sua fortuna in mezzo a Piazza Venezia, le avrebbe dato fuoco e sarebbe rimasto a osservarla mentre si riduceva in cenere. Magari fosse stto così facile, distruggere il mostro che aveva creato.

No, si corresse. Il mostro che loro avevano creato.

Emma lo guardò e gli sorrise di nascosto, un sorriso che non lasciava spazio all’interpretazione. Ma lui avrebbe pazientato, sarebbe rimasto in attesa e le avrebbe fatto credere di non essere dell’umore giusto. Avrebbe fatto crescere la trepidazione di lei, prima di sostituirla con la paura. E come la portava bene, Emma, la paura, come riluceva nei suoi occhi nocciola, come fremeva lungo la sua pelle color latte, e come le restava acquattata in gola, proprio come l’urlo che le aveva fatto rimangiare con una mano…

Alain sentì n formicolio all’inguine, e il suo cuore cominciò a palpitare. Appoggiò il calice di vino e si spostò dal bar alla sala sul retro, per proseguire nei corridoi del Quarto canto. Appena uscito dal bar, inciampò in qualcosa sul pavimento. Si chinò incuriosito. Scarpe. Un paio di scarpe. Le raccolse. Vernice bianca, tacchi a spillo… un quarantuno.

L’ultima volta che le aveva viste, erano ai piedi di Ana Jhonson.

Alain le osservò e si chiese come e per quale motivo fossero finite nel corridoio. Ana riusciva a fare quasi tutto con i tachi alti. L’aveva vista indossarli mentre sovrastava i masochisti più ardenti. Li aveva battuti, frustati, picchiati, presi a calci… con i tacchi era capace di stare in piedi sul collo di un uomo, di camminargli sulla schiena ferita, di stare in equilibrio su una gamba mentre l’altro piede veniva adorato.

C’era solo un’attività che non riusciva a fare con i tacchi alti: correre.

Portò le scarpe fino al piano sotterraneo, dove lui e alcuni degli altri VIP avevano i loro dungeon privati. Si fermò di fronte all’ultima porta a sinistra, ma non bussò prima di entrare.

Un uomo moro e alto, assorto nei suoi pensieri, era i piedi accanto al letto. Aveva le braccia conserte e la fronte corrugata.

“Non ti hanno insegnato a bussare?”.

Rupert distese le braccia e appoggiò una spalla alla colonnina del baldacchino.

Alain irrigidì la mascella.

“Sì, mi sembra di averlo sentito a lezione, ma non stavo attento”. Entrò nella stanza. Nessun dungeon al Canto rispecchiava il concetto di minimalismo quanto quello di Rupert.

L’unico arredamento era un letto a baldacchino in ferro battuto sistemato come un’alcova una croce di ant’Andre in bella vista e un unico baule pieno degli strumenti di tortura più svariati. Il lato sadico di Rupert era leggenda al Quarto Canto e in generale in tutto il mondo sotteraneo.

Non aveva bisogno di migliaia di fruste e scudisci o di dozzine di bastoni, sferze e trastulli. Rupert era un personaggio, uno che riusciva a piegare uno schiavo con una parola, uno sguardo, un’intuizione penetrante, e con la sua calma, quel freddo controllo che induceva anche l’essere più forte del mondo a tremare ai suoi piedi. Prima li soggiogava con il bell’aspetto, e poi con l’animale che si annidava nel suo cuore.

“Ti ho portato un regalo”.

Alain sollevò le scarpe tenendole per i cinturini. Rupert inarcò un sopracciglio.

“Non mi sembrano della mia taglia, no?”

“Della tua pupilla”. Alain le lasciò cadere sul letto. “Come sai. Ci sarai passato davanti, uscendo dal bar”.

Alain si fece sfuggire una breve, mesta risata.

“E pensare che mi era sembrato di sentirti dire che se aveva un po’ di pietà nel cuore non doveva abbandonarti per il suo Claudio”.

Rupert non rispose. Si limitò a fissare Alain con i suoi occhi d’acciaio.

L’altro resistette all’istinto di sorridere. Un sentimento così sconveniente. Lo tenne per sé finchè gli riuscì. Poi girò i tacchi e si defilò, citando una vecchia poesia mentre lasciava Rupert nella sua segreta in compagnia delle scarpe di Ana, appoggiate sul letto.

“Vidi bianchi principi e pallidi re,

scialbi guerrieri smunti, tutti del

color della morte.

E gridavano: la bella dama senza pietà

t’ha reso schiavo della sua volontà”

Ferie

Sicchè lunedì partirò per andare in ferie, e non ci saranno aggiornamenti nel blog per circa una settimana… volevo avvertirvi.

Comunque il continuo della mia storia  sarà pubblicato non appena tornerò! Vi chiedete cosa stanno facendo Angelica e Rupert? Come sta Alain?

Cosa sta succedendo?
Lo scoprirete solo vivendo