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Una notte con il re II

Angelica attese in corridoio, davanti all’ufficio di Rupert. Lui le aveva detto che se avesse immaginato quello che era accaduto la notte della prova, avrebbe dovuto dirglielo. Allora riscrisse la storia con la grafia più chiara possibile, la mise in una bella cartella nuova e gliela consegnò. Sembrava un ‘idea così bella, fino a quando lui non aprì la cartella, cominciò a leggere e le chiuse la porta dell’ufficio in faccia.

Perchè gliel’aveva data? Tutta quella storia era ridicola. La sua Ester parlava come se invece che nell’antica Persia vivesse nel 1998, e il suo re portava il jeans ed era buffo e goffo invece di essere reale. Reale. E la storia. Oddio, c’era tutta una roba di sesso, con Ester legata al letto mentre il re se la scopava.

Ed ora il suo prete la stava leggendo.

Angelica tornò nella dispensa e si mise a sistemare le donazioni. Perchè non c’era nessuno che regalava i ringo? Voleva solo mangiarsi un pacchetto intero di ringo e piangere per ore, ascoltando Whitney Houstun che cantava i will always love you a ripetizione. Invece andò in bagno e scoprì che le erano venute le sue cose. Questo spiegava le lacrime e la voglia di Ringo. Forse spiegava anche il suo improvviso momento di temporanea follia, quando aveva lasciato che Rupert leggesse la sua stupida storia.

Afferrò lo zaino e sedette sulla panchina fuori dall’ufficio d Rupert. Se lui fosse stato lì a chiamare gli infermieri della neuro perchè venissero a prenderla, voleva essere nei paraggi per strappargli il telefono di mano e perorare la sua causa. Per ammazzare il tempo, tirò fuori il nuovo libro di matematica e cominciò a sfogliarlo.

Ma che cazzo è questa roba?”, gridò mentre cercava di decifrare le spiegazioni che aveva davanti.

Angelica. Dillo tra te e te”.

Scusa”, mormorò lei. “Matematica”.

Scusata”.

Lo guardò. Aveva la sua storia in mano.

Mi scomunichi, vero?”

Perchè hai scritto questa storia?”, le domandò lui.

Non lo so. Stavamo parlando di Ester e di quello che era accaduto quella notte e… ho pensato che scriverlo sarebbe stato divertente. Così ho iniziato a scrivere e non sono riuscita a fermarmi”.

Non riuscivi a fermarti?”

No. Era come se la mia mano fosse posseduta da un demone che la faceva correre su e giù per il foglio”.

Si afferrò il polso destro come se fosse un collo e finse di strozzarlo finchè non si afflosciò.

Comunque, scusa. Non ti farò più leggere le mie storie strane”.

leggerò tutto quello che scrivi. Scrivi molto meglio di me”.

Davvero? Pensavo che fossero stupidaggini”.

Stupidaggini?”

Sì, sciocchezze. Infantili. Ho fatto battute sull’ imene”.

E’ satira”, osservò Rupert.

Satira? Non volevo fare satira. Volevo solo rendere la storia divertente per mostrare quanto sia ridicolo scegliere un capo di Stato solo perchè è bravo a letto”.

Usare l’umorismo per evidenziare le manie degli uomini, in genere di natura politica, fino a ridicolizzarle è satira, Angelica. E’ una forma di umorismo sofisticata e difficile che solo pochi autori adulti sanno padroneggiare”.

Oh”, fece lei. “Fico”.

Se non stai attenta, ti metto a lavoro sulla mia tesi”.

Angelica arrossì. Rupert sembrava parlare sul serio.

Non credi che gli farei venire un colpo, ai vecchi preti che leggono la tua tesi?”

Ne hai fatto quasi venire uno a me”, disse. Abbassò gli occhi sulla sua storia e scosse la testa. Lei si sentì immensamente orgogliosa di se stessa. Solo un raccontino e aveva conquistato Rupert.

Sentì qualcosa, qualcosa che non aveva mai provato prima. Potere. Poteva mettere le parole su un foglio e fare in modo che un uomo adulto pensasse cose perverse: per esempio, come sarebbe bello legare una vergine al letto e spassarsela fino all’alba. Era una sensazione che le piaceva, e le poteva dare assuefazione.

Posso tenerla?”, le domandò Rupert.

Vuoi tenere la mia storia?”

Penso che dovrei confiscarla. Sei troppo giovane per leggere cose del genere”.

Penso che dimentichi qualcosa: le ho scritte”.

La tengo io”, ribadì lui.

D’accordo, però devi darmi qualcosa in cambio”.

Che cosa vorresti? Ti prego, mantieni le richieste al di sopra del collo”.

Angelica acconsentì, con un sospiro. Non si poteva chiedergli di metterla a pecorina sulla panca, allora. Bene. Se era furba poteva ricavarne qualcosa. Lei gli aveva dato una storia sexy che aveva scritto con le sue mani, qualcosa di privato, personale, segreto. Segreto?”

Dimmi un segreto”, mormorò. “Di qualsiasi genere. Poi puoi prenderti la mia storia”.

Rupert fece un gran respiro.

Qualcosa mi dice che mi pentirò di averti rivelato questo, ma forse è un bene che tu lo sappia”.

Che cosa dovrei sapere?”

Ho un amico”, disse infine Rupert.

Un amico? Questo è il grande segreto?”

Non hai chiesto un grande segreto. Solo un segreto”

Perchè il tuo amico è segreto?”

E’ un segreto”.

Angelica aprì la bocca e la richiuse subito.

Ecco”, riprese Rupert. “Volevo farlo già da un po’”. Mise una mano in tasca e ne estrasse una scatolina d’argento. La aprì e tirò fuori un biglietto da visita. Carta nera. Inchiostro d’argento. Le porse il biglietto a qualche centimetro dalla sua mano.

prima di darti questo biglietto, devi farmi una promessa”, disse. “Non lo mostrerai a nessuno. Lo terrai per te. Non chiamerai il numero che c’è scritto sopra. Non andrai mai a quell’indirizzo, se non per un emergenza assoluta. E per assoluta intendo un avvenimento che si potrebbe definire apocalittico. Puoi farmi questa promessa?”

Lo prometto”, rispose lei.

Rupert la fissò per un altro istante, poi le lasciò il biglietto.

Ti sto offrendo un re in cambio del tuo re”, le fece notare Rupert, tenendo in alto la sua storia.

Angelica lesse il biglietto.

Alain, Alain interprises” c’era scritto. “ 40 via della repubblica”.

Il biglietto non conteneva altre informazioni, solo un numero di telefono.

Alain. Vive nella via principale di Roma? Dove abitano i ricchi,no?”

Rupert piegò la testa.

Alain non è privo di mezzi”.

Allora è ricco?”

Schifosamente”, rispose Rupert.

Ha una Ferrari?”

Ne ha due”.

Angelica riflettè un momento. Ora sapeva di chi era la Ferrari con cui Rupert se n’era andato quella sera.

E’ anche pericoloso, piccola, e non sto usando questa parola così per dire”.

Soffocò un sorriso. Quando la chiamava piccola le tremavano le dita, le prudevano i piedi e le si contorcevano le cosce.

Mi piace già. E’ lui il tuo amico?”

Sì. Ora metti via il biglietto. Tienilo da parte. Da usare solo in casi di emergenza, chiaro?”

Chiaro”.

Angelica infilò il biglietto nella tasca posteriore.

D’accordo, adesso puoi prendere la mia storia”.

Grazie”. Rupert si mise la cartelletta sotto il braccio. “Prima di prendere pieno possesso di questo raffinato esempio di satira erotica, posso farti una domanda?”

Vorrei proprio che non lo facessi”.

Perchè il re lega Ester al letto?”.

Angelica abbassò la testa di lato. Non si aspettava quella domanda.

Non lo so. Ho letto un mucchio di libri di Annie Rice e c’è un sacco di roba simile”.

Io credo che tu sappia perchè l’hai fatto, e il motivo non è che l’hai letto in un libro. Dimmi la verità”.

Lei riflettè per un momento sulla domanda.

Credo che la legò al letto per la stessa ragione per cui un uomo intelligente che non è un idiota chiuderebbe la sua Ducati con un lucchetto”.

Perchè non vuole che gliela rubino?”

No”, replicò lei, e sapeva di avere la risposta giusta. Se fosse stato un compito in classe, si sarebbe presentata solo con la matita.

Allora perchè?”

Perchè a lui piace così”.

Una notte reale

 

Una notte con il re

di Angelica Betti

Stanotte era la mia notte.

Ormai mi preparavo da un anno, per imparare a fare riverenze, smorfie, danzare, mugolare. Mi vestivano, mi pettinavano e mi facevano bella. Per un anno dovetti ascoltare le ragazze che parlavano intorno a me, per decidere quale dono portare al re, cosa fare per impressionarlo.

Ho composto un inno per lui”, disse una ragazza.

Ho scritto una poesia per lui”,annunciò una seconda.

Io gli ho fatto un maglione”, cinguettò un’altra ragazza.

Tutte guardarono quella ragazza come se fosse un’idiota. Lo era. Era l’antica Persia. I re non portavano i maglioni. Non erano nemmeno stati inventati.

Trascorsi gran parte della giornata a prepararmi in bagno. A sera profumavo di gelsomino, avevo l’aspetto di una principessa e neanche un pelo superfluo.

Poi Egai venne a chiamarmi.

Sei pronta?”, mi chiese.

Penso di sì”.

Porti nulla con te per il re?”

Ho un inno”.

Lo canterai?”

No. Scusa. Volevo dire, ho un imene. Mi sbaglio sempre”.

Egai mi lasciò alla porta della camera del re.

Aprii la porta.

All’inizio non scorsi nessuno. Vedevo solo l’arredamento della stanza: grossi divani, piante enormi con enormi fiori che vi spuntavano in cima, un lungo e seducente specchio d’oro per controllare quanto fossi affascinante. E il letto più ampio e allettante che avessi mai visto in vita mia. Lenzuola di seta rosse, cuscini rossi e oro, e quelle magnifiche tende che usava la gente nel passato, prima che venisse inventato il riscaldamento. E’ bello vivere nel passato. Molto più sexy.

La grande porta che dava sul balcone era aperta, perciò ci infilai la testa e vidi un uomo appoggiato alla balaustra: stava ammirando il suo dominio.

Prima di vedere quell’uomo avevo pensato che il palazzo fosse bello, che il regno fosse bello, e i gioielli fossero belli. Ma tutto ciò non era nulla in confronto al re.

Aveva capelli mori ed era alto, così alto che probabilmente lo faceva solo per farsi notare. Indossava una paio di jeans e una maglietta nera. Pensai che i jeans non fossero ancora stati inventati, poi mi resi conto del contrario, perchè gli stavano troppo bene. E se qualcuno mi avesse puntato una pistola alla tempia e mi avesse intimato di dire chi fosse l’uomo più bello del reame, per prima cosa avrei fato notare a quella persona che le pistole ancora non esistevano.

Poi avrei indicato il re.

Lui”

Lui chi?”, mi chiese il re, voltandosi a guardarmi.

Oh, scusa. L’ho detto ad alta voce? Mi era venuta questa strana fantasia che un tizio mi puntasse una pistola alla testa”.

Le pistole non esistono ancora”.

E’ quello che gli ho detto”. Feci un passo avanti e tesi la mano. Il re la strinse. “Sono Ester, e sono qui per intrattenerti questa sera”.

Oddio, hai portato una poesia?”

Io non scrivo, quelle cazzate”.

Un inno?”

No”.

Per favore, dimmi che non mi hai fatto niente a maglia. Non ho bisogno di maglioni. Siamo in Persia. Non fa mai freddo. Tranne che in inverno”.

Non lavoro a maglia”.

Conosci qualche barzelletta divertente?”

Un imene si scontra con una sbarra di ferro. Fatta la frittata”.

Il re non rise. Però pensò che volesse farlo.

Che altro sai fare?”

mi avvicinai al sovrano e mi misi in punta di piedi.

Tutto quello che mi chiedi”.

Allora ci baciammo.

E che bacio. Mi tolse il respiro. Dimenticai il mio nome, la mia età e il mio numero di cellulare. Dimenticai persino che i cellulari non erano stati inventati. Mi baciò sigillandomi la bocca con la sua, ma mi sembrava che la sua anima baciasse la mia anima, e tutto quello che volevo era di non smettere di baciare questo re, che sapeva di neve sciolta sulle labbra e odorava di inverno, in un mondo magico dove nessuno invechiava, nessuno moriva e una volta che le persone si innamoravano non si disamoravano più.

Non hai portata nulla con te?”, mi chiese il sovrano, interrompendo il bacio perfetto.

Ho portato solo me”.

Bene. E’ solo questo che voglio adesso”.

Come ti devo chiamare? Maestà?”

Chiamami Assuero. E’ il mio nome”.

Nessuno ti chiama per nome”.

Tu fallo”.

Perchè io?”

Perchè”, mi sussurrò sfiorandomi le labbra, “quando sono dentro di te voglio che tu lo dica e che parli con me, non con un altro re qualunque. Hai capito?”

Si, mea… Assuero”.

Mi portò in camera e mi distese sul letto. Sembrava di galleggiare in un mare di seta rossa. Assuero sedette accanto a me sul letto e mi baciò ancora.

Sei proprio bravo a baciare”, mormorai.

Mi baciò la bocca e il collo, a lungo.

Faccio molta pratica”.

Con tutte noi?”

Solo per non dover sentire altre brutte poesie”. Mi sorrise mi baciò di nuovo. Con la sua lingua in bocca non mi sarei di certo mai sognata di recitare poesie.

ti piace stare con tutte quelle ragazze?”, gli chiesi mentre mi baciava il seno. Mi sentivo strano a indossare un abito tanto scollato, ma ora decisi che era stata una buona idea. Le sue labbra mi sollecitavano la pelle e i suoi tocchi leggeri mi davano i brividi. Lo immaginai che baciava altre parti del mio corpo. Poi mi abbassò il vestito per scoprirmi l’avambraccio. Quelle parti, per esempio.

Non mi dispiace”, fece lui. “la stessa cosa tutte le sere diventa un po’ noiosa. Ragazza diversa. Stessa cosa. Senza offesa”.

Va bene. Probabilmente mi annoierei anche io. Sai, Assuero”, dissi, per vedere che effetto faceva pronunciare il suo nome. Si addiceva alla mia lingua. “Se vuoi, possiamo fare qualcosa di diverso da quello che fai di solito con le altre ragazze”.

per esempio?”

non so. Tu sei re, decidi tu”.

non hai paura?”

prima avevo paura, adesso non più”.

Sei sicura che vuoi fare qualcosa di diverso da quello che faccio con le altre ragazze?”

Ho incontrato le altre ragazze. Sì”.

Il mio vestito era chiuso sul davanti da un fiocco solo. Comincia ad innervosirmi di nuovo quando lo sciolse e l’abito si allentò. Ma sapevo che sarebbe accaduto e non avevo paura. Mi riufiutavo di avere paura.

Mi tolse il vestito. Ora ero stesa sul letto, nuda. Mi guardava come se fossi una specie di premio che aveva vinto. Volevo cche non smettesse di guardarmi in quel modo.

Non mi toccò, e perciò ero ancora più nervosa. Mi lasciò invece distesa suletto, mentre lui andava verso un grossa cassa di ottone. La cassa era chiusa con un lucchetto e il re prese una chiave. Aprì il coperciò, ne estrasse qualcosa, la chiuse di nuovo a chiave e tornò verso il letto.

Mentre lui era alla cassa, scostai le coperte del letto e mi ci infilai sotto.

Hai freddo?”, mi domandò il re. Teneva qualcosa dietro la schiena.

Sono nuda”.

Ti imbarazza essere nuda?”

Non mi imbarazza. Mi … sconcerta”.

Vuoi che mi tolga i vestiti?”

Spero che sì sia la risposta giusta”.

Lo è. Mi toglierò i vestiti se tu togli le coperte”.

Gettai via le coperte, e il re tornò a sedersi sul letto con me.

Ora ti legherò”, annunciò il re.

Perchè?”

Hai detto che posso fare quello che voglio”.

Non potevo discutere, perciò allungai le mani e lui mi porse una corda d’ora.

Non ci volle molto a legarmi i polsi alla grossa ed invitante testiera del suo letto. Le corde erano strette ma non troppo. Potevo muovere le dita e le mani. Però non potevo toccarlo, e ciò mi faceva venire voglia di toccarlo ancora di più. Prese un altra corda e mi legò le caviglie all’altra estremità del letto. Quando ebbe finito mi resi conto che non potevo chiudere le gambe. Questo re sapeva bene quello che faceva.

Assuero si tolse i jeans, e io cercai di non guardare. Be’ non ci provai proprio tanto.

Oh, wow”, esclamai vedendolo nudo.

Poi tornai a fissare il soffitto.

Solo wow?”

Arci-wow?”

Molto meglio”.

Gemetti un po’ quando il re si distese sopra di me. La sua pelle era così calda al contatto con la mia. Il suo corpo era forte e muscoloso, e mi sentivo al sicuro sotto di lui. Chi avrebbe mai potuto farmi del male ora che il re era come uno scudo sopra di me? Chi avrebbe potuto rubarmi, ora che ero legata al suo letto? Nessuno.

Il re mi baciò ancora, sulla bocca e sul collo. Mi strofinò i seni, dandomi un sensazione più bella di quanto avessi mai potuto immaginare. Li baciò, all’inizio mettendomi in ibarazzo, finchè non mi resi conto che era la cosa più bella che qualcuno mi avesse mai fatto. Infilò una mano tra le mie gambe e spinse un dito dentro di me. Volevo chiudere le gambe, ma le corde me lo impedivano. Lui però muoveva il dito dentro e fuori di me, facendomi tendere e rilassare allo stesso tempo. Mi toccò a lungo, finchè pensai che lo desideravo da morire. Non potevo toccarlo perchè mi aveva legato le mani. Non potevo chiuere le gambe perchè mi aveva legato le caviglie. Non potevo baciarlo perchè non potevo alzarmi. Potevo solo stare lì stesa e desiderarlo e desiderarlo e desiderarlo.

Poi fu dentro di me.

Assuero”, dissi mentre entrava dentro di me, fino in fondo.

Brava bambina”, replicò lui. Mi aveva detto di pronunciare il suo nome quando fosse stato dentro di me. Volevo obbedirgli. Obbedirgli era la cosa più importante.

Si muoveva dentro di me e faceva male. Non importava che facesse male però, non volevo che finisse mai anche se faceva male.

Il dolore finì e poi ci fu il piacere. Sentii una tempesta nella pancia, come se il tuono e il fulmine si fossero scatenati dentro di me. Tutto il mio corpo fu percorso dall’elettricità. Non ero sicura che l’elettricità fosse stata inventata, ma non me ne fregava niente. Mi importava solo del mio Assuero, il mio re.

Assuero abbassò la testa e mi morse il petto, sopra il cuore. Il dolore mi fece sussultare.

perchè l’hai fatto?”

Sei bella e se un altro uomo vede quel morso, saprà a chi appartieni a me”.

Appartengo a te”, sussurai. Amavo quelle parole. Amavo appartenere al mio re. Lo amavo tanto che lo dissi ancora. “Appartengo a te”.

Sei mia”.

Il soffitto mi aveva mentito. Non finì presto. Dormimmo un po’, poi ci svegliammo e lui mi fece ancora sua.

All’alba mi svegliai tra le sue braccia. Anche mentre dormivo mi teneva una delle caviglie legata al letto. Mi piaceva che volesse tenermi nel suo letto, tra le sue braccia.

Poi giunse il mattino, e mi arrabbiai perchè fu troppo presto.

Assuero mi liberò la caviglia e mi aiutò a rivestirmi.

Mi mancherai Assuero”.

Anche tu mi mancherai Ester. Questa notte è stata migliore di qualsiasi canzone o poesia”.

O maglione”, osservò lei.

In effetti, è stato così bello che credo dovremmo avere altre mille notti come questa”.

Sono nell’harem se mi vorrai”.

Oppure…”

Oppure?”

Potresti essere la mia regina.

Ester

Ad Angelica tremarono un po’ le mani. Il mondo intorno a loro era immerso nel silenzio, come se anche i muri stessero ascoltando la loro conversazione.

Quale consiglio avresti dato ad Ester?”, domando Angelica ancora una volta, rifiutandosi di mollare. Lui non rispondeva mai alle domande importanti.

Stavolta lei non avrebbe ceduto finchè lui non avesse risposto.

Rupert si appoggiò allo schienale della sedia e giunse le mani. Mentre lui rifletteva, la mente di Angelica prese a vagare. Si immaginò facilmente nei panni di Ester. Le ragazze a quei tempi si sposavano presto, le aveva raccontato Rupert, Ester avrà avuto probabilmente circa la sua età. Se lei fosse vissuta inquel periodo, sarebbe stata una delle vergini che partecipavano al concorso per il ruolo di regina? Che cosa avrebbe fatto in quella situazione? Ester chiese consiglio alla guardia, e secondo la bibbia prese con sé solo quello che Egai le suggerì di prendere. Prese meno cose delle altre donne. Ma che cosa? Che cosa le disse di prendere? E cosa fece quando si trovò da sola con il re?

Credo che se dovessi dare a Ester un consiglio, come uomo e non come professore…”, Rupert si fece avanti per appoggiare i gomiti sulla scrivania, “le direi di andare da lui senza paura e con una fiducia totale. Di offrirsi a lui con uno spirito di sottomissione. Dopotutto, era stato il rifiuto della regina di sottomettersi a far infuriare il re. Chiaramente, lui teneva molto alla sottomissione. Avrebbe dovuto dire al re che gli apparteneva, che poteva fare di lei quello che preferiva: lei avrebbe obbidito a ogni suo capriccio e si sarebbe piegata a ogni suo desiderio. Le avrei consigliato di mostrargli il suo più intimo segreto, e di accettarlo senza fare domande, quando anche lui le avrebbe mostrato la sua parte più segreta. Si sarebbe dovuta sottomettere a lui con amore e senza paura, dandogli il suo corpo come offerta sacra e trasformando il loro letto in un altare”.

Le ginocchia di Angelica tremarono a quelle parole. Non potè evitare di immaginarsi mentre la prtavano, avvolta in una vestaglia di seta, verso la camera del re: un re che assomigliava parecchio al biologo davanti a lei.

Angelica?”, la imbeccò Rupert.

Che c’è?”

Stavi mugolando”.

Davvero?”. Era vero. Sapeva che l’aveva fatto. “Scusami”.

Lui si appoggiò di nuovo allo schienale e la guardò senza il sorriso sulle labbra, ma con un bagliore cupo e divertito negli occhi. Eccolo lì: lo vide. Quello sguardo. Quegli occhi. Sapeva di averla eccitata e si stava congratulando con se stesso per questo.

Aveva un’espressione arrogante, fiera e di superiorità. Lo desiderava tanto da far male.

Chi è sconcertato adesso?”, le chiese.

Lei socchiuse gli occhi. Senza dubbio, era l’unico uomo al mondo che potesse far apparire seducante la parole sconcertato.

Qualunque sia il gioco che stiamo facendo”, disse lei alla fine, “vincerò io”.

Se si aspettava di imbrogliarlo o di confonderlo con questa affermazione, restò amaramente delusa.

Se ti fidi di me e mi obbedisci”, replicò, “potremmo vincere entrambi”.

Fidarsi di lui, obbedirgli… Poteva farlo. E dal nulla arrivò la risposta. Angelica capì cosa aveva portato con sé Ester.

So che cosa ha portato con sé Ester dal re”, affermò con un sorriso.

Davvero?”

Quando so che supererò a pieni voti un compito in classe mi porto solo la penna”, gli confidò Angelica. “Se Ester sapeva che avrebbe superato brillantemente la prova, non avrebbe portato assolutamente niente con sè”.

Potresti avere ragione”.

Potrei? Ne sono sicura. Però avrei preferito che chi ha scritto la bibbia non avesse saltato tutti i particolari interessanti”.

Ti ho detto che il sesso c’era, se usavi l’immaginazione”.

Oh, la uso. La uso a piene mani”.

Vai a usarla per fare i compiti a casa”.

Primo giorno di scuola. Niente compiti”.

Hai fatto l’altro compito che ti avevo dato?”

Oh, certo. Dici un mucchio di stronzate. Salmo 116. cito: “il signore protegge gli umili: ero misero, ed egli ,mi ha salvato”. Gli umili, quindi i piccoli, dio li ama, li protegge e li salva. Io sono bassa, perciò dio mi proteggerà e mi salverà perchè sono umile. Considerando che ha mandato te per tenermi fuori dalla prigione, ritengo di avere tutte le prove del caso”.

Molto bene, piccola”. Fece un ampio sorriso che per un istante quasi ,a accecò.

Non chiamarmi piccola”.

Non ti piace?”

Per niente”.

Bene. Ora vai a trovare qualcosa da fare, piccola. Sto lavorando alla mia tesi, e tu sei dannosa per la mia capacità di concentrazione”.

Che cosa dovrei fare?”

Potresti sfruttare gli incredibili poteri della tua immaginazione e la tua nuova abilità di studiosa della bibbia per formulare una teoria su cosa fece Ester quella notte per guadagnarsi i favori del re”.

Dunque dovrei immaginare cosa la rese migliore delle altre a letto?”

Precisamente”.

Il compito che mi si addice”.

Angelica lasciò Rupert in ufficio, con i suoi milioni di libri e la tesi. Andò a nascondersi nella dispensa della banca del cibo e risistemò i barattoli di fagioli sul pavimento impilandoli come le colonne che aveva visto nei dipinti di palazzi esotici.

Mentre osservava il palazzo di fagioli che aveva davanti a sé, angelica prese una penna. In cima al foglio bianco del suo taccuino annotò:

Una notte con il re.

Per divertimento ci scrisse sotto “Di Angelica Betti”.

Poi scrisse per quattro ore di seguito.

Angelica e Rupert

Salve a tutti, quello che segue, è un estratto dell’ ottavo capitolo. Spero vi piaccia. Buona lettura.

 

Per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare, lui smise di guardarla negli occhi. Girò lo sguardo verso un angolo della stanza. Il suo volto assunse un’espressione stranissima. Chiunque fosse questa persona potente, Rupert non sembrava per niente eccitato alla prospettiva di parlarci. In effetti, pareva quasi tremare all’idea.

E ti prenderesti tanto disturbo per me… perchè?”

Rupert tornò a guardarla, rivolgendole un sorriso che le denundò l’anima e la mise in ginocchio.

Perchè non c’è nulla che non farei per proteggerti, Angelica. Niente che non farei per aiutarti. E nulla che non farei per salvarti. Nulla”.

Il modo in cui disse l’ultimo “Nulla” la fece rabbrividire. La spaventò, invece di confortarla. Parlava sul serio. Era questo a terrorizzarla.

Non è una risposta. Dici che mi stai aiutando perchè mi stai aiutando”.

E’ così”.

Non c’è un’altra ragione?”

C’è, ma non posso dirtela”.

Ma lo farai?”

A suo tempo. Prima, però, c’è una cosa che devi sapere”.

Lei si drizzò a sedere sulla sedia e gli diede piena attenzione.

Che cosa?”

Il mio aiuto non sarà gratis”.

Bene”, replicò lei e gli rivolse un sorrisone. “E quindi torniamo alla mia prima domada, se ti scopi i ragazi della scuola. Comunque, va bene, se insisti”.

consideri il tuo valore di persona così misero che l’unica cosa che io possa volere da te è il sesso?”

Le pose quella domanda con calma e un tono da cui trapelava solo curiosità, ma le parole la colpirono comunque forte, come un calcio in uno stinco.

Sarebbe un no?”.

Rupert la guardò alzando un sopracciglio ed Angelica fu sopraffatta da uno scoppio di risa. Quel tipo cominciava a piacerle. Se ne era innamorata la prima volta che l’aveva visto e l’avrebbe amato da adesso fino alla fine del mondo. Ma non aveva mai immaginato che potesse piacerle così tanto.

E’ un no”, disse lui. “Ma ti chiederò di darmi qualcosa in cambio del mio aiuto”.

Parli sempre così?”.

Vuoi dire in modo corretto?”

Sì”.

Sì”.

Strano. Allora, quale prezzo devo pagare? Spero non sia il mio primo-ogenito . Non voglio figli”. Non era sicura di quell’ultima affermazione, ma le sembrava tosta.

Il mio prezzo è questo: in cambio del mio aiuto, ti chiedo solo di fare quello che io ti ordino da ora in poi”.

Fare quello che mi ordini?”

Sì. Dovrai ubbidirmi”.

Da ora in poi?”. Non riusciva a credere alle sue orecchie. “Tipo.. per quanto tempo?”

Rupert la guardò ancora, la guardò senza sorridere, senza sbattere le palpebre, senza giocare, senza scherzare. La guardava come se la prossima parola sarebbe stata la parola più importante che avesse mai pronunciato, e la più importante che lei avesse mai sentito.

Per sempre”.

Quelle parole restarono sospese a mezz’aria tra di loro, prima di caderle in grembo e penetrarle la pelle.

Per sempre”, ripetè lei. “Vuoi che obbedisca ai tuoi ordini per sempre?”.

Sì”.

Che cosa mi ordinerai di fare?”

Non appena accetti le mie condizioni, apprenderai il tuo primo ordine”.

Per sempre è un mucchio di tempo. E’ il tempo più lungo. Più lungo di sempre, non esiste”.

Ne sono consapevole”.

Potrei restare in riformatorio fino ai ventun anni. Per sempre è più lungo di sei anni”.

Lo è”.

Allora scelgo il riformatorio”. Un’uscita folle, ma sincera.

Preferisci andare in prigione che obbedirmi?”. Rupert sembrava inorridito. Forse anche spaventato. La paura di lui la spaventava. Ma non così tanto da farla arrendere, non ancora.

Se ti concedo il per sempre”, ribattè lei, sollevando il mento più in alto, “voglio qualcosa in cambio”.

Mi sono già offerto di aiutarti in questo casino. Che altro vuoi?”.

Angelica considerò le sue richieste. Lei sembrava aperto a suggerimenti: era un bene, perchè lei aveva un suggerimento.

Tutto”.

Tutto?”, ripetè lei. “Come in…?”

Ogni. Cosa.”. Lo guardò di là dal tavolo, e stavolta era lei a non sbattere le ciglia. “io ti do il per sempre, il minimo che puoi darmi tu è tutto”.

Credo di capire quello che stai dicendo, e dovresti sapere che è una questione che mi preoccupa”.

Perchè tu sei un biologo che fa il professore e sei più vecchio di me?”

Questi che sarebbero due dei tre motivi”.

Qual’è il terzo?”

Ti dirò il terzo motivo nello stesso momento in cui ti rivelerò il secondo motivo per cui mi sto offrendo di aiutarti”.

Oh, Dio quante domande. Devo prendere appunti?”

Rupert mise una mano nella tasca del cappotto e ne estrasse la sua consunta agenda rilegata in pelle, quella su cui c’era scritto il suo vero nome.

Scorse le pagine e diede un’occhiata ai pezzi di carta che c’erano all’interno. Sembravano contenere tutti delle scritte, ma non in inglese. Poi scorse il volume fino in fondo, strappò una delle pagine conclusive e gliela passò dall’altra parte del tavolo. Dall’interno del cappotto estrasse una penna, nera e pesante.

Scrivi”.

Angelica osservò carta e penna. Guardò Rupert.

Risponderò alle tue domande”, la rassicurò lui. “Alla fine. Nel frattempo, non vorrei che uno di noi due se ne dimenticasse qualcuna”.

Su quella pagina lei scrisse: “ qual è il secondo motivo per cui mi stai aiutando? Qual è il terzo motivo per cui stare con me è problematico?”. Corrugò le sopracciglia mentre esaminava il foglio.

C’è qualcosa che non va?”, le chiese Rupert.

Penso di aver sbagliato a mettere l’apostrofo”. Alzò il foglio e Rupert lo guardò stringendo gli occhi.

Senza apostrofo”.

Posso rispondere alle tue due obiezioni?”, gli chiese lei, riscrivendo Qual è correttamente, stavolta.

Non m’importa se sei un biologo che fa il professore. E seconda cosa, sei più vecchio di me e allora? Tra un paio di giorni avrò sedici anni”.

Non posso credere che io e te stiamo avendo questa discussione, Angelica”, mormorò Rupert.

Lei gli sorrise. “Io sì”.

Rupert voltò la testa e per un momento guardò il nulla. Sorrise, poi tornò a guardarla. “Molto bene, allora”.

Molto bene, cosa?”.

Lui tese la mano, aspettando che lei la stringesse.

Lei guardava la mano, la sua mano perfetta. “Scherzi vero?”

Voglio che tu mi obbedisca per sempre. E’ un prezzo alto, me ne rendo conto. Se dobbiamo negoziare, allora negoziamo. Accetto le tue condizioni. Tu puoi accettare le mie?”

Angelica sollevò lentamente la mano dal tavolo e mise le dita tra quelle di lui. “Ci sto. Sono tua”.

La mano di lui, molto più grande, avvolse quella di lei. Chissà perchè, lei immaginava che fosse fredda. Aveva degli occhi così gelidi, un contegno così glaciale, invece no, la sua pelle era calda. E lei non potè evitare di immaginarsi lui che la toccava in posti molto più intimi.

Per sempre”, aggiunse lei.

E lui replicò.

Tutto”.

Il patto era siglato slacciarono le mani, e Rupert si alzò.

Ora me ne vado. Non rispondere a nessuna domanda finchè non parli con un avvocato. La scuola pagherà le tue spese legali. Stai sicura che alla fine ci restituirai tutto”.

Okay”. La paura era tornata. Non voleva che se ne andasse. Non adesso. Né mai. “Quando arriva l’avvocato, raccontagli tutta la verità senza tralasciare nulla. Senza dubbio c’è dietro tuo padre. Devi dire all’avvocato fino a che punto”.

Fare la spia su mio padre? Non è possibile”.

Angelica, meno di cinque secondi fa mi hai promesso di obbedirmi per sempre. Questi sono i tuoi ordini. Se sei qui in questa centrale di polizia nel cuore della notte e il tuo futturo è in bilico, l’unica ragione è tuo padre. Tu sei qui. Lui non c’è. Racconterai all’avvocato e alla corte tutto quello che sai di tuo padre e dei suoi affari. Dovresti riuscire a ottenere un patteggiamento. Nel frattempo incontrerò il mio amico, quello che conosce le persone giuste. Non lascerò niente al caso”.

Fece tre passi verso la porta.

Angelica?”

Sì”

le fece un sorriso, stavolta mostrando gentilezza e premura.

Mi occuperò di te. Per sempre”.

Rupert

                                                                       

Il venerdì sera accade il miracolo per cui Angelica aveva pregato. Sua madre era dovuta andare al lavoro presto: dalle quattro a mezzanotte non ci sarebbe stata. Angelica poteva uscire di casa per un paio d’ore senza che nessuno se ne accorgesse.

Sul bollettino della scuola aveva visto che alle cinque, quella sera si sarebbe tenuto un dibattito sull’estinzione animale. La scusa perfetta. Per mezz’ora si diede da fare coi capelli in modo che sembrassero umani, e non la solita criniera. Indossò vestiti puliti: un paio di jeans e un maglione. Non era mai andata a scuola così di buona lena in vita sua.

Quando arrivò all’istituto, non trovò nessuno. Avrebbe forse dovuto chiedere a qualcuno dove si svolgeva il dibattito. Magari Rupert lo sapeva?

Angelica di avviò verso la porta in punta di piedi e la trovò socchiusa. Dentro l’ufficio intravide una lampada sulla scrivania e delle ombre tremule.

Toc Toc”, disse, in realtà senza bussare. La porta si aprì del tutto ed Angelica fece un passo indietro. Rupert era sulla soglia, con indosso il camice e la cravatta. Non sembrava dispiaciuto di vederla.

Ciao, Angelica. Sono felice di rivederti”. Incrociò le braccia e si appoggiò alla cornice della porta.

Lei sbirciò al di là della sua spalla per vedere l’interno. C’erano pile di libri sulla scrivania e sulle sedie.

Ti stai trasferendo?”

La sorella di padre George mi ha chiesto di radunare le sue cose”.

Angelica fece un passo indietro. Stargli così vicino significava che doveva allungare il collo per guardarlo.

Allora non torna più?”

Rupert scosse piano la testa. “Un ictus è debilitante. Quando uscirà dall’ospedale resterà con la sorella e suo marito”.

Sono brave persone?”

lui rimase spiazzato da quella domanda improvvisa. “Sua sorella e il marito? Non li ho incontrati, ma ho parlato al telefono con lei. Sembrava molto gentile e affettuosa”.

Meglio così”

angelica si morse il labbro inferiore, cercando qualcos’altro da dire.

Che stai facendo?”, le chiese lui.

Oh, scusa. Volevo andare a questa cosa di scienza ma non la trovo. Ho visto…”

Intendo dire, con il labbro”.

Non lo so. Qualche volta me lo mordo. Abitudine”.

Smettila. Le ragazze che lo fanno o sono stupide o cercano di sembrarlo. Mi rifiuto di pensare che tu appartenga all’una o all’altra categoria”.

Davvero? Non mi conosci neanche”.

Lui sorrise e fece un passo indietro. “Si che ti conosco”.

Angelica fece per entrare nella stanza. “Cosa significa mi conosci?”, gli domandò, ma quando varcò la soglia lui alzò la mano.

Fuori”.

Fuori?”

Fuori dal mio ufficio”.

Perchè?”

Perchè lo dico io”.

Angelica indietreggiò in corridoio. “Non mi è consentito entrare nel tuo ufficio?”

A nessuno sotto i quindici anni è consentito entrare nel mio ufficio se non accompagnato da un genitore. A meno che la porta non sia aperta. Sono le mie regole”.

Sono un po’ rigide”.

Io sono rigido”.

Estrasse un libro da uno scaffale e lo aggiunse a una pila sulla scrivania.

Perchè sei così rigido?”

Lui si fermò mentre toglieva un altro libro dallo scaffale e le rivolse uno sguardo inquiesitorio.

Posso parlarti da persona adulta?”, le chiese, spostando i libri sullo scaffale.

Mi incazzerei se mi trattassi da bambina”. Senza smettere di guardala, lui mise una cassa sulla scrivania e cominciò a impilarvi dentro i libri, uno dopo l’altro.

Lo scorso anno c’è stata una denuncia per abusi sessuali su minori da parte di insegnanti, abusi che erano nascosti dalla chiesa, da parte del vaticano”.

Mamma dice che questa gente, le vittime, vogliono solo fregare dei soldi alla chiesa”.

Tua madre si sbaglia”.

Dunque gli abusi sessuali sono così diffusi come dicono?”

Angelica, lo sai perchè sono qui?” le domandò Rupert.

So che padre George sta andando in pensione, e c’è carenza di insegnati perciò hanno dovuto chiamare un sostituto. Tu sei il sostituto”.

Non è così semplice. Poco tempo fa, dopo aver preso la laurea, sono tornato nella mia comunità. La situazione era tesa: un insegnante gesuita nella nostra provincia era stato condannato per abusi sessuali. Si erano verificati durante il suo incarico presso una scuola nei quartieri poveri”.

Lei provò un brivido lungo la schiena. “Se la faceva con i ragazzi?”

Girò voce che uno dei direttori della scuola, avesse cercato di nascondere alcuni documenti all’avvocato dell’accusa, che stava facendo causa alla scuola e ad altri presso il tribunale civile”.

Cos’è successo?”

Ho chiamato l’avvocato e gli ho riferito tutto quello che sapevo, tutto quello che avevo sentito e tutto quello su cui era meglio indagare”.

Hai spifferato agli avvocati le porcherie di un altro insegnate? Cristo, devi essere un tipo cazzuto”.

Suo padre aveva degli amici che erano stati ammazzati per aver parlato ai poliziotti o agli avvocati.

Rupert fece una risatina.

beh, il mio superiore mi ha detto più o meno le stesse cose, però a differenza tua, non sorrideva metre me le diceva. Non ti sto raccontando questa storia per impressionarti o turbarti. Te lo dico perchè tu sappia il motivo per qui sono qui. Dovevo passare due settimane a Roma per vedere amici e parenti, prima di essere mandato in Irlanda. Invece eccomi qui, in questa scuola minuscola di una piccola cittadina dell’emilia.”

Merda. Ti sei messo nei guai.”

La mia presenza qui è l’equivalente cattolico del “vai nell’angolino e rifletti su quello che hai combinato”.

Così non lasci entrare i ragazzi nel tuo ufficio perchè…”

Angelica

Okay…  allora questo è un piccolo estratto della storia che sto scrivendo.. scusate se ci sono errori di battitura, e buona lettura.

Nora

Le porse la mano destra perché lei la stringesse. Ange non potè far altro che dargli la sua destra. Non appena la mano di lei fu nella sua, lui strinse con le dita e l’attrasse a sé. Le tirò su la manica ed esaminò le due bruciature sul polso.

“Beh, che cavolo fai?”, gli chiese Ange, cercando di tirare il braccio indietro. Lui non le diede ascolto, trattenendola lì con la sua forza impossibile.

“Hai delle ustioni di secondo grado sul braccio e grosse sbucciature sulle ginocchia. Potresti dirmi come te le sei fatte?”

“Non sono affari tuoi”.

Il professore la esaminò stringendo gli occhi color verde foresta. Non sembrava assolutamente offeso dal suo linguaggio sboccato.

“Angelica”, disse.”Dimmi chi ti ha fatto male. E dimmelo subito”.

Ange sentì la forza della sua volontà premere su di lei come un muro.

“No. Tu non mi hai neanche detto come ti chiami”.

“Se ti dico come mi chiamo, tu mi dirai delle bruciature?”.

Lui lasciò andare la mano, e lei ritrasse il braccio, portandoselo alla pancia. Sentiva tutto il corpo vibrare per i tocco di quell’uomo, e per come la scrutava con quello sguardo irriducibile.

Rimase ferma e in silenzio mentre lui la guardava in faccia, finchè non incontrò riluttante il suo sguardo.

“Riferirai a qualcuno quello che sto per dire?”. L’idea di raccontare a chicchesia una cosa tanto personale non la faceva certo impazzire, ma chissà perché, per un motivo che non sapeva definire, si fidava di quell’uomo, di quel professore.

“Non lo dirò ad anima viva”.

“Okay. D’accordo, il tuo nome?”

Lui infilò una mano nella sella di pelle nera della motocicletta e ne estrasse quella che sembrava un’agenda in lingua straniera. Aprì la copertina consumata su una pagina dove aveva scritto il suo nome con un grosso tratto d’inchiostro nero, in una calligrafia forte e chiara.

“Rupert Anderson”.

Lei alzò una mano, e con la punta del dito tracciò le lettere del nome.

“Rupert… Ho detto bene?”

“Lo dici all’ italiana”.

“Come si dovrebbe pronunciare?”.

“Mi piace come lo dici. Dovrei sapere che non è questo il nome con cui mi chiama la gente di qui. E’ il nome che mi ha dato mia madre. Purtroppo, sono costretto ad usare quello che invece mi ha dato mio padre, Andrew Forest”.

“Così, qui nessuno conosce il tuo vero nome?”. Se aveva scritto Rupert Anderson sull’agenda, voleva dire che considerava Rupert il suo vero nome, e non Andrew.

“Solo tu. E ora che te l’ho detto, mi aspetto una risposta”.

“Non è una gran confessione”.

“Angelica…”

“Mi chiamo Ange, non Angelica”.

“Angelica è un nome da regina. Ange è solo un nomignolo. Io ti chiamerò Angelica. E ora, Angelica, dimmi come sei arrivata alle bruciature sui polsi. Poi parleremo delle ginocchia”.

“La piastra”.

“E’ una forma di autolesionismo o qualcuno ti fa del male a casa?”

“Autolesionismo”.

“Perché l’hai fattto?”

“Per divertimento”.

“Ti piace farti del male?”. La sua domada era priva di turbamento o disgusto. Nella voce di quell’uomo, non avvertiva altro che curiosità. Annuì.

“Pensi che sia pazza?”

“A me sembri del tutto normale. A parte quello che indossi”.

“Come? Non ti piace il grunge?”

“Anche i tuoi capelli mi preoccupano”.

“Che c’è che non va nei miei capelli?”

“Sono diventati verdi”.

“Non sono ammuffiti”, rispose lei, ridendo dello scherzoso sguardo di disapprovazione di lui. “E’ gel. Crea delle strisce verdi”.

“Quanti anni hai?”

“Quindici. Ma tra due settimane ne faccio sedici”. Sentì la necessità di aggiungere quel particolare. “Mamma dice che sei troppo giovane per essere un insegnante”.

“Ho ventinove anni. Ma cercherò di invecchiare in fretta per lei. Sono sicuro che fare il professore in una scuola che frequenti tu mi farà invecchiare considerevolmente”.

“Farò del mio meglio”. Ange gli rivolse un ampio sorriso, giocherellando con i polsini della giacca. Poi cadde di nuovo in un silenzio imbarazzato. Lui non sembrava assolutamente a disagio. Sembra che si divertisse un mondo a verla così in difficoltà.

“Adesso dimmi delle ginocchia. Quelle sbucciature sono impressionanti”.

“Sono caduta”, rispose.”Succede”.

“Non mi sembri un’imbranata. Ma forse mi sbaglio”.

Si morse le labbra. Lei? Imbranata?

“Non sono imbranata. Mai e poi mai. Il mio insegnante di ginnastica dice che mi muovo come un gatto”.

“Allora da dove vengono quelle ferite alle ginocchia?”

“C’è stata una rissa a scuola”.

“Spero che lei sia ridotta peggio di te”.

“Lui”, precisò con orgoglio. “Sta  bene. Però cammina ancora storto”.

Rupert sgranò gli occhi.

“Hai picchiato un ragazzo della scuola?”. La sua voce sembrava leggermente esterreffata.

“Non è colpa mia. A scuola c’è questa ragazza, Francesca Panella. E come se un nome orribile non bastasse, ha due tette enormi. Ha paura persino della sua ombra e non farebbe mai a botte. Questa ragazzo, Matt, la prendeva in giro sull’autobus, dicendo una serie di stronzata sulle sue tette. Io gli ho detto di smetterla. Allora lui ha cominciato a dire stronzate su di me. Diceva cose  come “Voglio il tuo corpo, Ange”. Così io gli ho detto che poteva averlo il mio corpo. e gli ho dato un calcio. Proprio nelle palle. E’ stato fantastico. Quando siamo scesi dall’autobus, mi ha spinto così forte da farmi cadere sulle ginocchia, e me le sono sbucciate. Capirai. Un tipico martedì alla scuola cattolica. Soldi delle tasse mal spesi”.

Lui continuava a guardarla. I suoi occhi erano ancora più spalancati.

“Professore Anderson? Rupert? Chiunque tu sia?”. Fece un gesto con la mano.

“Scusami. La tua storia mi ha lasciato di stucco. Forse ero in trance”.

“Fortunatamente per me, è successo tutto nella parte posteriore dell’autobus, così l’autista non ha visto niente. altrimenti la vicepreside mi faceva il culo. Mi ha detto che se mi mandano da lei un’altra volta mi crocifigge pubblicamente per dare l’esempio al resto della scuola. Forse stava solo scherzando”.

“Ti sei meritata un trattamento del genere?”

“Forse. In classe ho detto che santa teresa non stava facendo un’esperienza mistica, ma in realtà aveva un orgasmo. Ho anche dato delle motivazioni. Diceva che l’angelo la “configgeva” con il suo “dardo di fuoco” giù “fino alle viscere” e che la cosa le causava “un’estasi”. Per enfatizzare il tutto Ange fece con le dita il segno delle virgolette. “Quella non era un’esperienza mistica. Era un orgasmo stratosferico. La vicepreside non ha apprezzato la mia teologia”.

“Io apprezzo la tua teologia”.

Angelica aprì la bocca, poi la richiuse. Non aveva parole. Nessuna. Non aveva idea di cosa dire.

“Adesso vado via”, annunciò.

“Perché?”

“Vuoi che rimanga?”

“Sì”

Lo guardò, diffidente.

“Nessuno vuole mai che io resti. Sai, dopo che ho iniziato a parlare”.

“Io voglio che resti”, ribadì lui. “E vorrei che continuassi a parlare”

“Non sto interrompendo la tua partita di Basket?”

“Basket?”

“Tutti i professori giocano a basket, no?”

“Non questo insegnate”.

“A cosa giochi tu?”

“Altri giochi”. Qualcosa nel modo in cui disse la parola giochi le fece rattrappire le dita dentro le vans.

“Allora dovrei lasciarti ai tuoi altri giochi”.

“Fai una cosa per me prima che me ne vada”.

“Che cosa?”

“Sciogliti i capelli”.

Stavolta non stette a discutere, non chiese il perché si tolse l’elastico dai capelli, fece scorrere le dita tra le ciocche spettinante e lasciò cadere le mani sui finchi.

“Dammi la mano destra”

Lui le tese di nuovo la mano e prese tra le dita il suo polso privo di bruciature. Le tolse l’elastico dalla mano sinistra e glielo mise al polso. Infilando due dita tra l’elastico e il polso, lo sollevò in alto poi lo lasciò andare, colpendo quella pelle sensibile così forte da farla trasalire.

“Cazzo.. fa male. Perché l’hai fatto ?”

“Le bruciature che hai sul polso impiegheranno mesi a guarire del tutto. Ci sono altri modi per procurarti dolore senza lasciare cicatrici. Dovresti impararli”.

Ange si guardò il polso. La pelle le doleva ancora, ma il rossore stava già sbiadendo.

“Tu.. hai appena…”.

“Il tuo copro è un tempio, Angelica. Dovresti trattarlo come il vaso sacro e inestimabile che è. Ho imparto una cosa, una sola, guardando la moglie di mio padre. Se vuoi cambire arredamento, impara a farlo bene, oppure rivolgiti a un professionista”.

Tolse il casco dal manubrio e accese la moto. Il motore potente cominciò a rombare, ed Angelica percepì le vibrazioni che da terra le risalivano su fino allo stomaco.

“Tu non sei un professore normale, eh?”

Lui le rivolse un sorriso che la colpì come uno schiaffo in faccia, e allo stesso tempo come un bacio sulle labbra.

“Dio mio, spero di no”.

Detto questo si infilò il casco e con il tallone calciò via il cavalletto. Angelica fece tre grandi passi indietro. Lui se ne andò dal parcheggio, lasciandola lì da sola.

Lo guardò finchè non scomparve dalla sua vista. Poi restò in ascolto  fino a quando il rombo del del motore non si spense del tutto.

“Sono tua, Rupert”. Mormorò a nessun altro se non a Dio, e non sapeva cosa intendesse. Sapeva solo che era vero. Era sua, a dispetto di tutte le conseguenze. Era sua. Amen. E così sia.

Look at me

The escape

Qualcuno stava seguendo Ana Jhonson.

Lei ne era ignara mentre attraversava in auto le Alpi fino al cuore del Parc national suisse. Dopotutto, chi avrebbe potuto farlo? E per quale Ragione? Nessuno giù a casa sapeva perchè fosse partita, e in assoluto nessuno sapeva dove fosse andata. Teneva gli occhi sulla strada davanti a sé, senza neanche pensare di guardarsi indietro una volta.

Un disagio. Un terrore muto si era fatto largo nella sua mente e vi si era insidiato. Il sole, che l’aveva accompagnata per quasi tutta la sua esistenza, inseguiva l’auto lungo la corsa nella strada costeggiata di abeti rossi svettanti.

Ad Ana sembrava che le ombre volessero catturarla e imprigionarla. Spinse l’acceleratore e si addentrò nella foresta.

Giunse infine al termine della strada e intravide una piccola villa con il tetto in legno, nascosta tra gli abeti e i pini. Era una piccola casa a due piani in legno: sembrava uscita da un libro di favole. Avrebbe potuto abitarci un falegname dall’animo gentile, di quelli che salvano le bambine dalle grinfie del lupo cattivo. Se la casetta era parte di una fiaba, lei allora chi era? Il falegname? La bambina?

O il Lupo?

Raccolse le sue cose dall’auto e si avviò a grandi passi verso la casa. Il proprietario l’aveva avvisata che la porta non si chiudeva a chiave, ma le aveva anche garantito che sarebbe stata al sicuro. Quella parte del parco era un terreno privato. Nessuno l’avrebbe disturbata. Proprio nessuno.

L’edera ricopriva la casa dalla base fino al camino. Quando varcò la soglia, si sentì catapultata indietro di seicento anni. Guardandosi intorno fece il suo piano per la giornata. Avrebbe accesso il fuoco nell’enorme caminetto di pietra bianca. Avrebbe bevuto il tè nelle tazze di ceramica. Avrebbe dormito sotto pensanti lenzuola in un letto rustico, dai montati in legno tagliato con l’ascia.

In un momento diverso e in circostanze diverse, le sarebbe piaciuto un sacco. Ma aveva il cuore distrutto dal dolore e l’attendeva un compito difficile. E non era nella natura di Ana entusiasmarsi all’idea di dormire da sola. Portò le sue borse nella camera da letto di sopra, l’unica della casa, e si inginocchiò a terra accanto alla più piccola delle due valigie. Con attenzione, aprì di malavoglia la cerniera della borsa. Dal rivestimento di velluto estrasse una scatola d’argento, grande come un piccolo dizionario, e la tenne tra le mani tremanti.

Come il padrone di casa aveva promesso, trovò il sentiero lastricato che conduceva al lago. L’odore degli abeti la circondava, mentre percorreva il sentiero. Era aprile, ma quel profumo le faceva pensare al Natale… Astro del ciel suonata al piano, candele rosse e verdi, nastri d’argento decorazioni dorate e Babbo Natale che arriva e nasconde monete nelle scarpe di tutti i bravi bambini. Pigramente, desiderò che quella sera Babbo Natale venisse a trovarla. Avrebbe apprezzato la compagnia.

Il sentiero si allargò e lei vide davanti a sé il lago: le acque scure ma limpide, colorate d’oro dai raggi del sole che sbucava da dietro le nuvole. Restò in piedi sulla riva sabbiosa , sul bordo dell’acqua. Poteva farlo. Si preparava a quel momento da giorni, si preparava quello che avrebbe detto e a come l’avrebbe detto. Sarebbe stata forte. Per lui, l’avrebbe fatto. Poteva farlo.

Deglutì e poi inspirò in fretta.

Rupert…”. Si fermò non appena ebbe pronunciato il suo nome. Non riusciva a tirar fuori nessun altra parola. Le restavano nella gola, la soffocavano come una mano intorno al collo. Con le spalle rivolte al lago, tornò verso la casa: un po’ camminava e un po’ correva, sempre sempre stringendo al petto la scatola d’argento. Non poteva ancora lasciarla andare. Non poteva dirle addio. Mise la scatola d’argento sulla larga mensola di legno del camino e si voltò. Se l’avesse ignorata, forse sarebbe riuscita a credere che non fosse mai accaduto.

Fuori dalla casa si levò il vento.

Gli scuri traballanti, ricoperti d’edera, sbattevano contro i muri di legno. L’aria odorava di ozono: stava giungendo un temporale.

Ana accese due fuochi: uno nel grande camino di pietra e l’altro nel caminetto più piccolo, in camera da letto. Il padrone di casa le aveva lasciato il frigo e la dispensa pieni. Una premura superflua. Ormai da due settimane aveva perso l’appetito, e si sforzava di mangiare solo per allontanare le emicranie prodotte dalla fame.

Trascorse la giornata indaffarata in piccole cose. La casa era pulita, ma lavare tutti i piatti in una grande tinozza di rame e spazzare il pavimento di pietra con una scopa da strega trovata nel ripostiglio le dava un senso di utilità. Si diede da fare finchè la stanchezza non ebbe la meglio e si distese sul letto a sonnecchiare.

Ana i svegliò da un sonno agitato, senza sogni, e riempì d’acqua la vasca da bagno di porcellana decorata, con i piedini di ferro. Affondò in quel calore, sperando che la penetrasse nella pelle aiutandola a rilassarsi. Eppure, quando un’ora più tardi uscì dalla vasca con la pelle rosa e raggrinzita, si sentiva ancora tesa come un corda di violino.

Indossò una lunga camicia da notte lilla dalle spalline sottili. L’orlo le solleticava le caviglie mentre camminava, sfiorandole i piedi nudi.

Per distrarsi, restò in piedi davanti allo specchio ad acconciare e appuntarsi i capelli in un modo e in un altro: intrecciò le onde nere in un nodo basso con le ciocche che le ricadevano sul collo e le incorniciavano il volto. Quando ebbe finito, scoppiò quasi a ridere per l’effetto ottenuto. Con quella camicia da notte bianca, quasi senza trucco e i capelli pettinati a boccoli, sembrava una sposa vergine la prima notte di nozze. Una sposa di una certa età, ovviamente: il mese prima aveva compiuto trentadue anni. Eppure, quella donna allo specchio aveva un aria pudica, innocente, persino timorosa. Ana era convinta che il dolore invecchiasse le persone, ma quella sera si sentiva nuovamente adolescente: inquieta e in attesa, bramosa di qualcosa che non era in grado di nominare, ma di cui sapeva di aver bisogno. Ma cos’era? Chi era?

Gironzolò al piano inferiore e valutò l’idea di mangiare qualcosa. Invece di nutrire se stessa, alimentò il fuoco. Mentre il legno scoppiettava e bruciava, un fulmine attraversò il cielo fuori dalla finestra della cucina. Poco dopo, si udì rimbombare un tuono. In piedi avanti alla finestra, Ana osservava la notte squarciarsi. Raffiche di tuoni scossero il parco, a coppie. Tra i boati Ana udì un suono diverso. Più forte. Più chiaro. Più vicino.

Dei passi sulla pietra.

Un colpo alla porta.

Poi il silenzio.

Ana restò immobile. Non ci sarebbe dovuto essere nessuno laggiù.

Solo lei.

Il proprietario le aveva promesso l’isolamento. Le aveva detto che quella era l’unica casa nel raggio di chilometri. Tutto il terreno circostante era suo. Sarebbe stata al sicuro. Sarebbe stata sola.

Un altro colpo.

La porta d’ingresso non si chiudeva a chiave. Chiunque fosse là fuori, poteva entrare in qualsiasi momento. Da ormai due settimane le sue uniche emozioni erano dolore e tristezza. Ora provava qualcos’altro: paura.

Rupert però l’aveva addestrata fin troppo bene “ Non dimenticate l’ospitalità,alcuni, praticandola, senza sapelo hanno accolto degli angeli”. Solo che quella notte non era adatta né per gli angeli, né per i diavoli, né per i santi, né per i peccatori.

Spalancò la porta. Oltre la soglia c’era un uomo, e non un angelo.

Cerco rifugio”.

I capelli scuri erano zuppi di pioggia che gli imperlava la giacca di pelle.

Che diavolo ci fai qui?”, gli chiese lei, incrociando le braccia al petto, consapevole della scollatura della camicia da notte. Avrebbe dovuto mettersi una vestaglia.

Sto implorando per un rifugio. Devo chiederlo ancora? Ho bisogno di un riparo”.

Mi hai seguita?” gli domandò.

La sera prima era arrivata in aereo a Marsiglia e aveva cenato con lui. Non poteva immaginare che l’avrebbe seguita fino in Germania.

Volevo arrivare prima, ma ho preso la svolta sbagliata alla casetta di Hansel e Gretel. Mi ha dato le indicazioni un bambina con un cappuccio rosso ed ora sono qui, Biancaneve”.

Hai trovato la strada fin qua, Cacciatore. Conosci la strada per tornare indietro”. Gli disse. “Non posso offrirti rifugio”.

Perchè no?”

Lo sai cosa succede se ti faccio entrare”.

Proprio quello che vogliamo entrambi”.

Non può essere. E non c’è bisogno che ti spieghi il motivo”.

Il sorriso sul volto di lui si spense.

Hai bisogno di me”, mormorò.

Non importa. Devo fare questa cosa da sola”.

Non devi farla da sola”. Fece un passo in avanti, quasi impercettibile. Le punte dei suoi stivali grigio chiaro, zuppi d’acqua, toccarono la soglia senza varcarla.
“Fai troppe cose da sola”.

Non posso lasciarti entrare”, ribadì lei, e di nuovo sentì quel groppo in gola.

Lui vuole che affronti questa cosa da sola?”

No”, rispose lei.”Non è quello che vuole”.

Fammi entrare”.

Sembra un ordine. Lo sai chi sono io. E sai anche che sono io a darli, gli ordini”.

Ana sentì vacillare la propria determinazione: era sul punto di sgretolarsi. Ventisei anni, alto e abbronzato, con i capelli scuri appena ondulati che invitavano ad essere accarezzati e arruffati dalle mani di una donna.

Gli occhi erano chiari, color del cielo: eredità della madre egiziana, e un viso che qualcuno avrebbe dovuto scolpire, in modo da immortalarlo per l’eternità… Come si poteva respingere un uomo simile?

Allora ordinami di entrare”, la supplicò lui.

Lei chiuse gli occhi e si aggrappò alla porta per sorreggersi. Era un errore, e lo sapeva. Aveva giurato ancora prima di vederlo che non l’avrebbe fatto, mai, e non con lui. E ora, dopo tutto quello che era accaduto e il dolore che voleva annientarla, chi l’avrebbe biasimata se si fosse consolata? Un uomo uno solo l’avrebbe biasimata. Ma questo bastava per fermarla?

Ordinami di entrare”, ripetè lui, e Ana aprì gli occhi. “Ti prego”.

Non aveva mai saputo resistere alle insistenze di un bel uomo.

Vieni dentro, Pascal”, disse con voce imperiosa al figlio di Alain.

E’ un ordine.”

Non c’è bisogno di un titolo

Sarà una cosa tranquilla, silenziosa… Hai 16 anni più di me.  Ho dovuto farci i coni dal giorno in cui ti ho conosciuto. Escludendo che venga investita da un autobus nel mezzo della mia città, sarai tu ad andartene per primo.

Sarai sul divano, a leggere uno di quei libri sulle razze in via d’estinzione accanto al camino e… ti addormenterai.
Ti troverò lì quando mi intrufolerò lì dentro, quella notte. Addormentato  sul divano. E saprò… saprò che te ne sei andato. E bacerò la tua bella mano e metterò il libro nello scaffale. Prenderò il collare e me ne andrò. Scomparirò.

No non mi dissolverò nell’aria. Quasi. Me ne andrò a Nord, in un convento. Li corromperò se necessario, e mi lasceranno entrare. Ed è lì che passerò il resto della mia vita.

Non mi arrenderò affatto. Avrò tanto da fare. Avrò bisogno della quiete di un convento, nussuna distrazione. Scriverò libri su di noi, io e te.  Sul Gruppo e su tutti gli altri. Ecco cosa farò nei miei ultimi anni di vita.

Lo so non sono autorizzata a scrivere libri su di te. Ma che te ne frega?

Il tuo fantasma potrà essere arrabbiatissimo con me o magari sarà anche arrapatissimo. Non mi comporterò bene. Sarò perfida fino all’ultimo. Scriverò un sacco di libri perfidi e feroci. Cambierò i nostri nomi, cambierò i luoghi, cambierò le date,i dettagli. Ma saremo noi, la nostra storia. Scriverò i libri in terza persona così potrò scrivere di quanto sono bella e sexy senza sembrare arrogante.

Questi libri saranno sia comici che tragici. Proprio come la vita. Non ho ancora se nelle mie storie sarai l’eroe o il cattivo, ma ti prometto questo.. sarai tu a ridere per ultimo. E dopo che avrai riso, riporrò la penna e mi addormenterò. E quando mi sveglierò, io e te saremo ancora insieme. Avrò di nuovo quattordici anni e tu ne avrai  ventinove e tutto ricomincerà da capo, io e te. Così saprò di essere in paradiso.

 

Ti ho sempre amato. Non ho mai smesso di farlo. Tutte le volte cheho detto di odiarti, non parlavo sul serio, neanche una volta. Ho aamato ogni parte di te, ogni segreto,ogni peccato.  Amo ciò che sei, quello che fai e il modo in cui mi fai sentire al tempo stesso spaventata e protetta. Dio, quanto vorrei avere il mio collare.

Ti ho promesso l’eternità. Per sempre non dura abbastanza.

 

 

Pensieri ed Illusioni

Okay diciamo pure che la mia vita sta andando a puttane e mi sento sprofondare sempre di più specialmente dopo oggi.

Io sinceramente non so più come comportarmi, cosa fare o come reagire. Sono stanca di fare parte di una famiglia che dice di esserti vicino se vuoi fare qualcosa o intraprendere un viaggio e poi ti falcia le gambe che manco un taglia erba farebbe così male.

Ora so che probabilmente non tutte le famiglie sono così, anzi lo spero, perchè se tutte le famiglie sono come la mia “aiuto!aiuto! Scappate!”

Ora si io soffro d ‘ansia e di attacchi di panico, che stanno diventando sempre più un ostacolo perdendo la voglia di lottare per quella cosa chiamata VITA.

Sapete è come quando vedi certe cose in un film e pensi “non accadrebbe mai nella vita reale” , peccato però che non tutte le famiglie siano come quella del mulino bianco e che la vita non sia rose e fiori.

Ho sentito tante persone dirmi che non esistono solo il Bianco o il nero, che c’è anche la via di mezzo, quindi il grigio. Quest’ultimo però è un derivato dall’unione del bianco e del nero e lo si può ottenere solo in una certa ottica e con un certo dosaggio, perchè se uno dei primi due colori viene a mancare non potrai ottenere mai il grigio, il colore delle sfumature in bianco e nero.

E se ti manca un colore nella tua vita bianca e nera, o le cose diventano troppo felici da darti la nausea, che glicemia portami via… o si oscura tutto e piano piano ti ritroverai soffocata da quello che ti circonda a gridare con un filo di voce per essere aiutata.

Ora voi provate ad immaginare un adolescente che è uscita da un paio di anni dal mondo dell’autolesionismo, con la prospettiva che le cose sarebbero potute andare meglio ed invece questa si vede il mondo pezzo per pezzo crollarle addosso, sapendo che una luce c’è e sta cercando in tutti i modi di aiutarla, ma lei non ha più le forze per aiutarsi e per reagire in questo momento.

Cede alla luce per riprovare ad uscirne ma l’oscurità dall’altra parte non la lascia andare stipandosi sempre di più dentro di lei, nel suo cuore nei suoi occhi, rendendo il suo sguardo vuoto, finchè la luce è talmente vicina a lei da eliminare l’oscurità.

Per eliminare l’oscurità però la ragazza non dovrebbe più ricordarsene o viverci o sentirla dentro di lei. Si vede costretta a scegliere.

E questa domanda la pongo a voi spettatori che cosa dovrebbe fare la ragazza?